LA SCUOLA È APERTA

La peste, San Rocco, la Scuola a lui intitolata. Sono elementi strettamente interconnessi da più di cinquecento anni e la loro intima relazione appare di straordinaria attualità in questi tempi di pandemia, nei quali ancora una volta, come spesso nei secoli passati, la città di Venezia si è rivolta al santo taumaturgo, implorandone protezione, anche attraverso il proprio Patriarca.
Nel difficile contesto attuale, la Scuola Grande di San Rocco intende condividere alcuni momenti della propria storia, proponendo un breve excursus che ripercorra alcune tappe significative di tale relazione. 
Fondata ufficialmente in un anno “di peste”, il 1478, la Scuola ha vissuto “in prima persona” il dramma dell’epidemia: ha soccorso ammalati e bisognosi, ha visto i propri confratelli falcidiati dal morbo nel 1576, ha onorato il proprio patrono, ha tratto spunto dalla tragedia per commissionare opere di straordinaria bellezza e di grande forza comunicativa al tempo stesso. 
Sono questi gli aspetti sui quali si desidera, appunto, richiamare l’attenzione, in concomitanza con la riapertura al pubblico della sede monumentale della Scuola, che dal 7 giugno 2020 offre di nuovo dal vivo il godimento dell’immenso patrimonio di storia, arte e fede che le è stato affidato in custodia.

Per facilitare la comprensione di alcuni termini utilizzati nei testi proposti un link rimanda il lettore ad un glossario.

FOCUS Le difficoltà dei sopravvissuti: la supplica di Zorzi de Contro portafarina

Lazzaretto Vecchio – Portale, bassorilievo con San Rocco, il Redentore e San Sebastiano

Tra i compiti statutari della Scuola figura, fin dalle origini, quello dell’assistenza ai bisognosi, un impegno cui la confraternita dedica progressivamente risorse sempre maggiori via via che si accresce il suo prestigio in città. I confratelli poveri sono aiutati, tra l’altro, con sovvenzioni in denaro e alimenti, cercando di intervenire nei vari settori in cui la vita quotidiana di larga parte della popolazione è problematica, se non drammatica. Di grande rilievo è il problema della fame, tant’è vero che tra le forme di elemosina praticate dalla Scuola risultano di notevole importanza le distribuzioni di farina, che avvengono di norma a Natale e a Pasqua, ma anche in tempo di carestia o di peste, come documentano ampiamente i Registri delle parti.
Nel secondo di questi, alla data del 25 gennaio 1577, è riportata la supplica inoltrata da uno dei confratelli disciplinati, i confratelli poveri destinatari delle varie forme di assistenza fornite dalla Scuola, alcuni dei quali, detti fadighenti, vengono di norma eletti dalla Banca per essere occupati nelle mansioni più pesanti, spesso però contravvenendo ai propri doveri.
Autore della supplica è uno di loro: il sessantottenne Zorzi (Giorgio) de Contro portafarina, miracolosamente sopravvissuto alla peste, che però gli ha tolto moglie, figli e ogni avere, lasciandolo vecchio, debole e totalmente privo di sostentamento. Rientrato in città dopo la terribile esperienza al Lazzaretto vecchio non ha trovato più nulla della sua vita precedente. Dalle sue affermazioni risulta esser stato punito per qualche mancanza – dovuta, come sostiene, a peccati d’altri – ed essere stato di conseguenza bandito dai benefici della Scuola per un certo periodo, che peraltro sta per scadere. La Scuola, riunita in Capitolo generale, ancora assai ristretto dal punto di vista numerico, decreta di liberarlo dalla punizione, ma non ci è dato sapere di quale elemosina Zorzi sia poi stato fatto oggetto.

Io son sicuro e più che certo che non solo a laude del omnipotente Iddio, per amor del suo unigenito figliolo misser Iesu Christo et del glorioso Confalon nostro misser san Rocho, ottenirò quanto per questa mia supplicatione humilmente ricerco, mada caduna delle magnificencie vostre, quale et cadauna d’essa Iddio per sua bontà guardi dalle disgracie di questo mondo, sarà commiserato il caso mio qual è che, essendo io povero et miserabil Zorzi de Contro portafarina, vostro antiquissimo servitor et fadighente della vostra benedetta confraternita’, ridotto già in ettà di 68 anni, ettà hormai degna piutosto di riposso che di faticha, ridotto in estrema miseria et neccessità per li accidenti di questi tempi senza la moglie, figlioli et senza pur un poco di letto dove potessi ripossar hormai queste vecchie membre strache et affaticate dalla mia nemica fortuna, senza moglie dico, perciò che fenita dal male, et io insieme con tutta la famiglia, per la rigorosità della contra’ de San Pollo, contra ogni mio volere fossimo condotti al Lazaretto vecchio, là dove mia moglie et tutti gli altri finì la sua vita, et io povero vecchio miracolosamente mi avodai a questo miracoloso Christo, al Protettor nostro, anco miracolosamente mi attrovo in vita. Della robba essendo andata, come le magnificencie vostre ha inteso le può molto ben considerar come la sia andata, là dove non sapendo più dove appogiarmi, son riccorso a piedi vostri humilmente et benignamente, supplicandole che non solo le vogli assolvermi dal bando dattomi, che hormai fino un mese e poco più serà finito, per li peccati d’altri, ma porgermi qualche ellemosina a fine che io possia sovenirmi in questi miseri et senili anni questa poca vita, che poca apunto se gli può dir, essendo carica di tempo et di tanti travagli, che serò obligato sempre pregar sua divina Bontà per la esaltacion di cadauna delle magnificencie vostre. Alla buona gracia delle qual humilmente mi raccomando.”
Adì 25 zener 1576
Fu accetada la presente supplica in Capitolo et fu liberado
et hebbe per la parte n° 33, de no 3. Et è presa

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La lapide commemorativa della peste

I presenti al Capitolo Generale del 25 gennaio 1577 sono 38. Prosegue la riorganizzazione della Scuola dopo la pestilenza, iniziata a dicembre. Tintoretto è tra i presenti e partecipa alle deliberazioni, tra le quali quelle con cui il Guardian Grando, Domenego Ferro, avanza la proposta di realizzare una lapide commemorativa che ricordi il dramma vissuto della città:

Havendossi questo anno del 1576 havuto in questa città di Venecia una peste molto grande, anci tremenda, et acciò che resti in memoria tal afflito caso a quelli che vi è et che anco li posteri a noi, ne possiano raggionare et pregar nostro signor Dio con interceder sempre el Protetor nostro et Confalon misser san Rocho che per l’avvenire non li avvengano tanto grande flagello si possia far far un epitaffio scholpito in marmoro, con lettere d’oro, con particular descrition delle miserie seguite per occasion di tal peste, et le mortalità successe in questa città
in detto anno 1576.

La lapide sarà scolpita in marmo e con lettere d’oro e dovrà essere realizzata con quel più sparagno che si potrà, tornando questo in honorevolezza et ornamento della nostra Schuola per la memoria de posteri de così nottabil et universal calamitade occorsa alli tempi nostri.
Viene quindi collocata in posizione centrale tra le finestre del pianerottolo dello Scalone della Scuola.

M. D. LXXVI
ALOY.° MOCENICO
P[RI]NCIPE VEN[ETORUM]
SÆVIEBAT PESTIFERA LVES, QVA NVLLA / VNQVA[M] VEL DIVTVRNIOR VEL
PERNI/C[I]SIOR EXTITIT, NOSTROR[VM] CRIMINV[M] / VLTRIX • PASSIM VRBE TOTA
CADAVERA / IACERE PROSTRATA CARBVNCVLIS / MACVLIS BVBONIBVSQ[VE]
HORRENTIB[VS] / OBSESSA • IISDE[M] ÆDIB[VS] EADE[M] HORA FV/NERA
FVNERIB[VS] CONTINVARI • VBIQ[VE] / LACRIMAE SVSPIRIA SINGVLTVS VBI/Q[VE]
TOTIVS CIVITATIS MISERABILIS AD/SPECTVS CIVIB[VS] REPENTE VEL
OBE/VNTIB[VS] VEL METV P[ER]TERRITIS DVLCE[M]/ PATRIA[M] DESERE[N]TIB[VS]
DEMV[M] ALIQVAN/DO DEIPARA VIRGINE AC BEATISS.° / ROCHO DEPRECATORIBVS
VISA EST / H[A]EC ERYNNIS ADEO TRISTIS AC DI/RA EXTREMO MENSE XBRIS CVM /
MARTIO CŒPISSET CRASSARI AC / FVRERE VIM FERE OMNEM AMISISSE. / QVO QVIDEM
TEMPORIS INTERVAL/LO CVM SOCIETATIS N[OST]RÆ CCCC / PLVS MINVS FRATRES
INTERCIDIS/SENT. IISDE[M] IPSIS FRATRIB[VS] EORVMQ[VE] / FAMILIIS
PRESTANTISSIMI VIRI D[OMI]NICI / FERRO MAGNI SOCIETATIS MAGISTRI / STVDIVM
DILIGENTIA BENIGNITAS / CHARITAS NVNQ[VAM] SANE DEFVIT / QVI QVIDEM TANTAM
CLADEM HOC / IPSO MONVMENTO TESTATAM VOLVIT / VTQ[VE] LEGENS POSTERITAS
ADMIRET[V]R / INGENTEMQ[VE] VENETOR[VM] MVLTITVDI/NEM PESTIS CRVDELITATE
ABSVMPT[AM] / PIENTISS[IMIS] LACHRIMIS PROSEQVATVR

1576.
Alvise Mocenigo doge.
Infieriva un’epidemia pestilenziale, della quale nessuna fu mai più lunga
o più perniciosa, vendicatrice delle nostre colpe. Sparsi per tutta la
città giacevano cadaveri vinti dal fervore del morbo, ricoperti di macchie
e bubboni orribili. Nelle stesse case alla stessa ora funerali succedevano
a funerali. Dovunque lacrime, sospiri, singhiozzi, dovunque era miserevole
la vista di tutta la città; e i cittadini all’improvviso perivano o,
atterriti dalla paura, abbandonavano la dolce patria. Alfine un giorno,
per le preghiere della Vergine madre di Dio e del Beatissimo Rocco, questa
Erinni, tanto tremenda e funesta alla fine del mese di dicembre,  ripresi
vigore e furia a marzo, sembrò perdere quasi tutta la sua forza. In quel
periodo di tempo erano deceduti più o meno 400 confratelli della nostra
Confraternita; e ai confratelli stessi e ai loro famigliari non mancarono
mai l’interessamento, la premura, la benevolenza, l’amore caritatevole
dell’insigne Domenico Ferro, Gran Maestro della Confraternita, il quale
con questo monumento volle testimoniata una così grande strage, affinché,
leggendo, i posteri considerino sorpresi e accompagnino con pietosissime
lacrime il gran numero di Veneziani portati via dalla crudeltà della peste.

IL RIASSETTO DELLA SCUOLA DOPO LA PESTE. IL RUOLO DI TINTORETTO CONFRATELLO

Dal 1 luglio 1576 al 28 febbraio 1577 la peste miete circa 50.000 vittime tra i 180.000 abitanti di Venezia. I morti tra i confratelli della Scuola sono circa 400. Ai primi di dicembre 1576 si cerca comunque di darle un nuovo assetto, dopo il picco dell’epidemia. Tintoretto è tra i protagonisti in questa fase della vita della confraternita.
Il primo Capitolo Generale dopo la furia dila peste si tiene il 2 dicembre 1576 e il suo svolgimento è autorizzato dai Capi del Consiglio di Dieci anche se il numero dei presenti (solo 28, di cui 21 membri di Banca e Zonta) è inferiore all’ordinario. Tra loro c’è misser Giacomo Tentoreto!
Il 6 e il 13 dicembre il pittore è elencato ufficialmente tra i membri della Zonta e partecipa attivamente alle riunioni, che si susseguono con una certa intensità, con nuove nomine e incarichi di diversa natura. Il 16 dicembre Jacopo è uno dei due commissari eletti per mettere, entro un anno, i segnali della Scuola sopra tutti gli stabili appartenenti alle commissarie, affinché si sappia quali sono gli edifici di sua proprietà.
Il 13 gennaio 1577, poi, essendo mancati molti fratelli dila Schuola nostra del glorioso misser san Rocho in questi dì passadi a tempo dila peste ch’è stata in quest’anno in questa città, et essendo bisogno far elletion di altri perché non manchi alla Schuola predetta, secondo il solito, li huomini, la Scuola decide di presentarsi di fronte ai capi del Consiglio di Dieci per poter cambiare le regole per l’ammissione di nuovi confratelli.
Lo stesso giorno si accetta l’offerta di Tintoretto per gli altri due grandi quadri del soffitto: Mosè fa scaturire l’acqua dalla roccia e La caduta della manna. Inizialmente si delibera di corrispondergli il necessario per acquistare tele e colori; il “premio” sarà deciso a installazione dell’opera avvenuta.

Il serpente di bronzo (1575-1576)

L’imponente tela centrale del soffitto della Sala Capitolare è, tra i grandi capolavori tintorettiani della Scuola, quella più strettamente connessa alla peste, come genesi e come significati.
È un’opera altamente drammatica, incentrata sulla continuità tra Antico e Nuovo Testamento, sul potere dei sacramenti e sulla missione caritativa della confraternita. Vi si illustra un episodio di guarigione da parte di Dio, quello degli Ebrei salvati dai serpenti velenosi, richiamando al tempo stesso il vangelo di Giovanni, nel collegamento con la Crocifissione della Sala dell’Albergo. Inoltre, nella visione del Cinquecento, la terribile punizione inflitta agli Ebrei poteva ben essere assimilata alla pestilenza, castigo divino per i peccati degli uomini, che era possibile scongiurare grazie all’Eucarestia e alla sua forza salvifica.
Quando Tintoretto si offre di realizzare il dipinto, la struttura lignea del soffitto è stata appena completata. Da pochi giorni, alla fine di giugno 1575, la peste ha fatto la sua comparsa a Venezia e il 1 luglio il contagio è riconosciuto ufficialmente.
La parte presa dalla Scuola il 2 luglio attesta che il pittore ha proposto di illustrare un soggetto da lui esposto (una instoria da lui ditta a bocha), o un altro tema (over altra instoria), la cui scelta spetterà a un gruppo di cinque confratelli. Con loro Tintoretto dovrà concordare il soggetto della sua opera, evidentemente complesso, per la volontà di collegare le tematiche del soffitto della Sala Capitolare a quelle dell’Albergo.
Nella parte non si parla di spese per tele e colori, né di compensi, né di tempi di esecuzione. Il fatto che l’opera sarà consegnata per il giorno di San Rocco e che si tratti di un dono si evince da una seconda parte (22 giugno 1576), in cui si delibera di poter utilizzare i denari della Scuola per farne dorare la cornice, dal momento che misser Giacomo Tentoreto si è offerto di far il quadro dila sala granda di mezzo et quello donar alla Schola nostra, et darlo finito per la festa de misser san Roco prossima. Ancora una volta, come già nel caso del San Rocco in gloria (1564), il maestro offre gratuitamente i propri servigi alla Scuola, con la quale il suo legame è evidentemente fortissimo.

Il trittico perduto

Antonello da Messina – San Sebastiano (Gemäldegalerie Dresden)

Nell’autunno 1478, mentre la pestilenza infuria, la Scuola commissiona ad Antonello da Messina una pala per l’altare nella chiesa di San Zulian. Il grande trittico raffigurava, riunendoli per la prima volta in assoluto su una pala veneziana, tre santi venerati come protettori dalla peste, dalle epidemie e dalla morte improvvisa: Rocco, al centro, Sebastiano e Cristoforo.
Le prime notizie sull’opera provengono da un inventario del 1533, che la cita come pala sta sopra il nostro altar chon San Rocho, San Sebastiano e San Christofolo.
Nel 1566 la pala viene danneggiata dal crollo del tetto della chiesa. Nel 1581 Francesco Sansovino la descrive così: Antonello da Messina […] fece il San Christoforo, e Pino da Messina il S. Sebastiano, che sono da i lati del San Rocco, fatto in rilievo.
Peraltro, nel 1604 l’opera non è più sull’altare e risulta smembrata già nel Seicento. L’unico scomparto attualmente noto è lo splendido San Sebastiano, conservato a Dresda – unanimemente assegnato dalla critica ad Antonello stesso (e non al figlio Pino) – e considerato uno dei più alti raggiungimenti del Rinascimento italiano.
Per secoli la pala è stata ritenuta l’ultima opera realizzata da Antonello a Venezia, ma, come hanno chiarito studi recenti, il trittico fu dipinto dopo il suo ritorno a Messina (avvenuto tra il 1476 e il 1477), a dimostrazione del grande credito di cui il maestro continuava a godere in laguna.

La missione della Scuola nella vita della Repubblica

Mariegola Maior

La solidarietà con i più sfortunati era uno dei compiti che la Scuola si dava. La mariegola originaria rispecchia i primi tempi di vita dell’associazione, nel clima di precarietà generato dall’imperversare della pestilenza, esortando alla preghiera, alla penitenza, all’aiuto reciproco.
Si specificano minuziosamente i compiti spettanti ai confratelli, le scadenze associative da rispettare, le procedure per l’elezione alle varie cariche con le rispettive incombenze. È un regolamento del tutto parallelo a quello del governo della Repubblica: collegialità di decisioni, rotazione delle cariche, controllo continuo della base.
Gli elenchi dei confratelli presentano un microcosmo variegato, che include nobili (che però non possono partecipare al governo), borghesi e popolani. Vi si indicano le professioni esercitate (oltre cento) e le località di provenienza dei confratelli (Venezia, per la maggior parte, ma anche altre città e aree in Italia e fuori: Dalmazia, Cipro, Costantinopoli, Germania, Fiandre).
L’attività assistenziale della Scuola – a favore di confratelli ma, nei momenti di emergenza, anche di concittadini – comprende viveri (pane e farina), contributi mensili in denaro, alloggi gratuiti, doti per fanciulle da marito, sovvenzioni per il riscatto di veneziani caduti in mano agli infedeli. In tempi di peste viene organizzata un’assistenza medica; per i confratelli si provvede alla celebrazione dei funerali e di periodiche messe in suffragio.
A questi impegni la Scuola fa fronte con i versamenti dei confratelli, le elemosine e i redditi provenienti dai lasciti di cui è stata fatta amministratrice (commissarie).

La Scuola diventa Grande

Jacopo de’ Barbari – Veduta di Venezia (1500)

Nella seconda metà del 1478, la concessione a titolo gratuito di un terreno da parte dei Francescani dei Frari, permette alla Scuola di porre solennemente la prima pietra di una cappella intitolata a San Rocco e di trasferirsi nella nuova sede.
Nel 1480 il Guardiano, Giacomo Rizzo, e i suoi compagni disciplinati decidono, per beneficio et augumento della confraternita, di aggregarsi a quella omonima esistente nella chiesa dei Frari.
Il 31 agosto di quell’anno il Consiglio di Dieci riconosce quest’ultima come Scuola Grande e autorizza l’unione, a condizione che nella chiesa di San Zulian resti l’immagine di San Rocco e vi si mantenga la devozione. La mariegola della Scuola Grande sarà approvata il 16 marzo 1481.
Nel 1484 Venezia viene funestata da una nuova, terribile pestilenza e frequenti sono in quell’occasione i pellegrinaggi a Voghera, dove si trova il corpo di san Rocco. Desiderosi di possederlo, i confratelli della Scuola offrono ricompense a chi lo porti a Venezia e il 13 maggio 1485 il patriarca Maffeo Girardi dà ufficialmente notizia della sua avvenuta traslazione in città,
certificandone l’autenticità.
Per custodire degnamente la preziosa reliquia, viene dunque eretta a partire dal 1489 la chiesa dedicata al santo e già il 28 marzo 1490 la Scuola, ne compie l’ultima traslazione – dal palazzo del patriarca di Grado a San Silvestro – collocandola in un sepolcro marmoreo nella cappella absidale sinistra, dove rimane sino al 31 marzo 1520, quando viene solennemente deposta sull’altar maggiore, dove tuttora si venera.
Frattanto, nel 1517, la Scuola ha iniziato la costruzione della sua nuova sede monumentale.

Le origini del culto di san Rocco a Venezia e la fondazione della Scuola

Secondo la tradizione, fin dagli inizi del Quattrocento, a Venezia si riunivano due gruppi di devoti a San Rocco: uno presso la chiesa di San Zulian, l’altro presso i frati Minori di Santa Maria Gloriosa dei Frari. Di quest’ultimo non si conoscono però i documenti. Il quadro più vivo delle complesse vicende legate agli anni della fondazione, quando la Scuola di San Rocco definisce la propria organizzazione, stabilisce le proprie finalità e decide di dotarsi di una sede adeguata, emerge dalla lettura della mariegola.
Il suo proemio attesta che la laudabile et deuota fraternita e schuola del beatissimo confessore misser san Rocho viene istituita il 27 maggio 1478, in considerazione dello straordinario impulso conosciuto in tempi assai brevi dalla venerazione del santo a Venezia, ed è formalmente riconosciuta dal Consiglio di Dieci il successivo 10 giugno.
La confraternita è aperta a uomini e donne, e si raduna nella chiesa di San Zulian, presso il primo altare a sinistra.
Ben presto la Scuola conosce un notevole sviluppo. Una parte del Consiglio di Dieci (30 novembre 1478), ne regola l’attività, principalmente diretta a soccorrere i malati, soprattutto durante i periodi di pestilenza, e la composizione, concedendole di avere fino a cento confratelli flagellanti (disciplinati), che usino la veste con il cappuccio e l’emblema del Crocefisso durante l’accompagnamento alle sepolture.